Negli ultimi anni il trattamento della Malattia di Crohn e della Rettocolite Ulcerosa è profondamente cambiato. Oggi i pazienti possono contare su numerose opzioni terapeutiche, dalle terapie convenzionali, come mesalazina, corticosteroidi e immunosoppressori, fino ai farmaci biologici e alle piccole molecole.
Questa maggiore disponibilità di trattamenti ha migliorato le possibilità di controllo della malattia, ma porta con sé anche molti dubbi. Quanto deve durare la terapia? È necessario proseguirla anche quando si sta bene? I farmaci sono sicuri nel lungo periodo?
Nel nuovo appuntamento di IBD Answers, il progetto di AMICI ETS che offre ai pazienti risposte chiare, autorevoli e gratuite sui temi più importanti legati alle MICI, il Dott. Ferdinando D’Amico, specialista in Gastroenterologia ed Endoscopia Digestiva presso l’Ospedale San Raffaele di Milano, affronta proprio queste domande.
Il messaggio centrale è semplice: nelle MICI, la continuità della terapia e un monitoraggio regolare sono fondamentali per mantenere la malattia sotto controllo e preservare una buona qualità di vita.
Una malattia cronica richiede una cura continuativa
Malattia di Crohn e Rettocolite Ulcerosa sono patologie croniche. Questo significa che, anche quando i sintomi si riducono o scompaiono, la malattia può restare presente e richiedere un trattamento nel tempo.
Per spiegare questo concetto, il Dott. D’Amico propone un paragone con altre condizioni molto comuni, come il diabete o l’ipertensione.
Anche in questi casi, il fatto che la persona stia bene grazie alla terapia non significa necessariamente che il trattamento non serva più. Al contrario, è proprio la continuità della cura a consentire di mantenere la condizione sotto controllo.
Lo stesso principio vale per le MICI.
L’obiettivo della terapia non è “legare” il paziente al farmaco, ma permettergli di vivere il più possibile senza che la malattia condizioni la quotidianità.
Perché non bisogna interrompere autonomamente il trattamento
Quando ci si sente bene, può nascere spontaneamente il dubbio: “Se non ho più sintomi, perché devo continuare a prendere il farmaco?”.
Ma proprio la scomparsa dei sintomi può essere il risultato dell’efficacia della terapia.
Interrompere un trattamento senza averne discusso con il gastroenterologo può quindi esporre al rischio di una riattivazione della malattia.
Per questo motivo, ogni eventuale modifica, riduzione o sospensione della terapia deve essere valutata insieme allo specialista, tenendo conto della storia clinica, dell’attività della malattia, dei risultati degli esami e delle caratteristiche del singolo paziente.
La gestione delle MICI è infatti un percorso di lungo periodo che richiede una stretta alleanza tra medico e paziente.
Farmaci efficaci e sicurezza nel tempo
Un altro dubbio molto frequente riguarda la sicurezza delle terapie.
Il Dott. D’Amico ricorda come sia le terapie convenzionali, tra cui la mesalazina, sia i trattamenti avanzati oggi disponibili siano supportati da una crescente esperienza clinica e da numerosi dati scientifici.
Farmaci biologici e piccole molecole hanno ampliato in maniera significativa le possibilità terapeutiche per i pazienti che non riescono a ottenere un adeguato controllo della malattia con le terapie tradizionali.
La disponibilità di più classi di farmaci consente inoltre allo specialista di adattare sempre meglio il trattamento alle caratteristiche della persona, valutando efficacia, tollerabilità e possibili fattori di rischio.
La sicurezza passa dal monitoraggio
Il fatto che un farmaco possa essere utilizzato nel lungo periodo non significa però che il paziente debba limitarsi ad assumerlo senza controlli.
Un elemento fondamentale della gestione delle MICI è infatti il follow-up costante.
Esami del sangue, controlli clinici, valutazione dell’attività infiammatoria e, quando necessario, esami endoscopici o altre indagini permettono di verificare contemporaneamente due aspetti: che la terapia continui a funzionare e che venga mantenuto un adeguato profilo di sicurezza.
Il monitoraggio consente inoltre di individuare precocemente eventuali problemi e di intervenire tempestivamente modificando il percorso terapeutico quando necessario.
La sicurezza della cura non dipende quindi soltanto dal farmaco, ma dall’intero percorso costruito insieme al proprio centro IBD.
Stare bene non significa soltanto non avere sintomi
La gestione moderna delle MICI punta a obiettivi sempre più ambiziosi.
Non è sufficiente soltanto ridurre diarrea, dolore o altri disturbi. L’obiettivo è mantenere sotto controllo l’infiammazione nel tempo, prevenire le riacutizzazioni e ridurre il rischio di complicanze.
La continuità terapeutica diventa quindi uno strumento per proteggere non soltanto il presente, ma anche il futuro del paziente.
Seguire correttamente la terapia e rispettare i controlli concordati con lo specialista può contribuire a mantenere la malattia stabile e consentire una vita lavorativa, familiare e sociale il più possibile normale.
Un percorso condiviso tra paziente e specialista
Ogni persona con una MICI ha una storia diversa e non esiste una terapia uguale per tutti.
Per questo è importante sentirsi liberi di discutere con il proprio gastroenterologo dubbi, timori o difficoltà legate al trattamento.
Il paziente non deve essere un semplice destinatario della terapia, ma parte attiva delle decisioni che riguardano il proprio percorso di cura.
Comprendere perché un farmaco viene prescritto, quali obiettivi deve raggiungere e perché sono necessari determinati controlli aiuta anche a vivere la terapia con maggiore consapevolezza e serenità.
Guarda il nuovo video di IBD Answers
Nel video completo, il Dott. Ferdinando D’Amico approfondisce il tema della durata delle terapie nelle MICI, affronta i dubbi più frequenti sulla sicurezza dei farmaci e spiega perché continuità del trattamento e monitoraggio siano elementi essenziali per mantenere la malattia sotto controllo.